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La Coppa del Mistero | Dalla divinità di Mozia a Maria Maddalena: il viaggio del Femminino Sacro nel Mediterraneo

  • placidoschillaci
  • 22 lug
  • Tempo di lettura: 7 min


Mozia e Maria Maddalena


Ogni anno, il 22 luglio, la Chiesa celebra Santa Maria Maddalena, una delle figure più affascinanti, enigmatiche e, al tempo stesso, più fraintese del cristianesimo. Oggi è riconosciuta come la prima testimone della Risurrezione, colei che per prima incontra il Cristo risorto e riceve l'annuncio da trasmettere agli Apostoli. Per questo motivo, la tradizione la definisce Apostola Apostolorum, "l'Apostola degli Apostoli".

Al di là della dimensione storica e religiosa, Maria Maddalena è diventata nel tempo uno dei simboli più profondi del Femminino Sacro: una figura che custodisce il mistero, attraversa la sofferenza senza fuggirla e diventa il tramite tra il mondo umano e quello divino. Sorprendentemente, un archetipo molto simile sembra emergere anche da una delle più enigmatiche testimonianze della civiltà fenicio-punica conservate in Sicilia.



Stele del Tofet di Mozia col simbolo della divinità a coppa
Stele del Tofet di Mozia col simbolo della divinità a coppa


Nel museo archeologico di Mozia sono conservate delle steli ritrovate nell'omonima città fenicia che raffigurano quella che gli archeologi chiamano "divinità a coppa" o "divinità a bottiglia". A differenza delle rappresentazioni classiche delle divinità greche o romane, questa figura non possiede un volto né sembianze umane, è una forma essenziale, racchiusa all'interno di una nicchia che richiama un piccolo santuario. Anche se ancora oggi il suo significato rimane incerto, secondo alcuni studiosi potrebbe rappresentare una divinità in forma aniconica, cioè evocata attraverso un simbolo anziché mediante un'immagine antropomorfa, per altri potrebbe trattarsi di un betilo (dall'ebraico Beith-El, che significa "casa di Dio"), una pietra sacra considerata dimora della divinità, altri ancora vi riconoscono un simbolo legato alla rigenerazione e ai culti funerari. Qualunque sia la sua interpretazione, un elemento appare evidente, la divinità assume la forma di un recipiente, ed è proprio questo dettaglio ad aprire una riflessione che attraversa migliaia di anni di storia.




"Io sono colei che contiene ogni cosa."

(Inno a Iside)




Nelle antiche civiltà del Mediterraneo il vaso non era semplicemente un oggetto destinato a contenere liquidi o offerte, era uno dei simboli più potenti della vita stessa.

Per la sua forma richiama il grembo materno, accoglie, custodisce e genera, contiene l'acqua, il vino, l'olio, i profumi, ma anche le ceneri dei defunti. È il luogo in cui qualcosa viene trasformato, per questo motivo il vaso/coppa diventa una delle immagini universali del principio femminile. Il suo valore non dipende da ciò che contiene, ma dalla sua capacità di custodire il mistero, è questa la caratteristica fondamentale del Femminino Sacro. Questo simbolismo acquista un significato ancora più profondo se inserito nel contesto religioso di Mozia. La città, fondata dai Fenici nell'VIII secolo a.C., non era soltanto un importante snodo commerciale, ma anche uno dei principali luoghi di culto del Mediterraneo occidentale. Gli scavi archeologici hanno restituito, tra i tanti ritrovamenti, un tempio dedicato ad Astarte, una delle più antiche e complesse divinità del Vicino Oriente. Ridurre, come spesso viene identificata Astarte, alla semplice "dea dell'amore" sarebbe profondamente limitante. Era la signora della fecondità, della regalità, della guerra, della navigazione e veniva rappresentata anche come Stella del Mattino. Riuniva in sé gli opposti: maternità e forza, dolcezza e potenza, amore e sovranità, accanto ad Astarte veniva venerato Baal Hammon, il principale dio del pantheon punico, associato alla fertilità, alla vegetazione e ai cicli della natura. Il loro rapporto non rappresentava una contrapposizione tra maschile e femminile, ma l'equilibrio tra due principi complementari, necessari alla generazione della vita.




Stele del tofet di Cartagine col simbolo di Tanit
Stele del tofet di Cartagine col simbolo di Tanit


Con l'affermarsi della potenza cartaginese, il culto di Astarte lasciò progressivamente spazio a Tanit, destinata a diventare la principale dea del mondo punico.

Il suo celebre simbolo, formato da un triangolo sormontato da una linea orizzontale e da un disco, è tra le immagini più riconoscibili dell'antichità mediterranea.

Molti studiosi vi leggono una figura umana stilizzata, altri un segno cosmico, ma vi è anche una lettura simbolica particolarmente suggestiva: il triangolo richiama un vaso o un grembo, mentre il disco superiore rappresenta il Sole o il principio divino.

Tanit diventa così l'immagine della donna come mediatrice tra cielo e terra, custode della vita e della rigenerazione, non sorprende, allora, che la misteriosa Divinità a Coppa di Mozia possa essere interpretata all'interno dello stesso universo simbolico, quello del recipiente sacro come manifestazione del Femminino Divino.


Il culto del Femminino Sacro, ovviamente, non apparteneva esclusivamente a Mozia, per millenni il Mediterraneo è stato attraversato dalla venerazione di grandi divinità femminili che, pur assumendo nomi e caratteristiche diverse, sembrano esprimere un medesimo principio. Gli Egizi veneravano Iside come madre, sposa e custode della sapienza; i Sumeri e gli Accadi celebravano Inanna e Ishtar, dee della regalità, della fecondità e Stelle del Mattino; i Fenici onoravano Astarte, mentre Cartagine, come dicevamo, fece di Tanit la sua principale divinità protettrice.

Anche molto prima che il Mediterraneo conoscesse Iside, Astarte, Tanit e le grandi dee del mondo greco e romano, l'archeologia testimonia la presenza di figure femminili che sembrano incarnare il mistero della vita, della fecondità e della rigenerazione, sono le celebri "Veneri" del Paleolitico e del Neolitico. Sebbene non sia possibile identificarle con vere e proprie divinità, esse rappresentano una delle più antiche espressioni simboliche di quel principio del Femminino Sacro che attraverserà, con forme e nomi diversi, l'intera storia del Mediterraneo. Pur nelle loro profonde differenze storiche e teologiche, queste figure condividono un tratto essenziale, sono custodi della vita, della trasformazione e del mistero, più che semplici personificazioni della fertilità, rappresentano il principio che accoglie, genera e rigenera, è proprio questa funzione simbolica che rende la coppa uno degli archetipi più ricorrenti del mondo antico.


Molti secoli dopo, il cristianesimo propone un'immagine che, pur appartenendo a un contesto completamente diverso, richiama lo stesso archetipo.

Nella tradizione iconografica cristiana, Maria Maddalena è quasi sempre raffigurata con un vaso di alabastro, divenuto il suo principale attributo simbolico, l'immagine nasce dall'incontro tra diversi racconti evangelici e la successiva tradizione medievale, che ha fatto del recipiente il segno della sua devozione e della custodia del mistero.

È il vaso con cui, molto probabilmente, si reca al sepolcro all'alba del primo giorno dopo il sabato, pronta a compiere l'ultimo gesto d'amore verso il Maestro, ma proprio davanti a quel sepolcro avviene l'imprevedibile. Il vaso destinato alla morte diventa il segno della Resurrezione, e il luogo della fine si trasforma nel luogo dell'inizio (io sono l'Alfa e l'Omega), Maria Maddalena diventa così la prima testimone della vita nuova.

Anche in questo caso il vaso assume un significato che va ben oltre l'oggetto materiale, rappresenta la capacità di custodire il mistero fino al momento della sua rivelazione, è probabilmente per questo motivo che, nel Medioevo, il simbolo della coppa riemerge nella leggenda del Sacro Graal.




"Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo."

(Marco 16,1)



Maddalena con il vaso di unguento - Guido Reni
Maddalena con il vaso di unguento - Guido Reni


Storicamente non esiste alcun legame documentato tra la Divinità a Coppa di Mozia e il Graal medievale, le due tradizioni appartengono a epoche e culture completamente diverse, esiste però una sorprendente continuità sul piano simbolico.

La coppa di Mozia, il vaso di Maria Maddalena e il Graal condividono la stessa funzione archetipica, sono recipienti del mistero, custodiscono qualcosa che non può essere posseduto, ma soltanto accolto, per questo motivo, nella tradizione esoterica e nella psicologia del profondo, il Graal non rappresenta soltanto un oggetto da cercare, ma uno stato della coscienza. Il vero recipiente è l'essere umano quando diventa capace di accogliere il divino, di farsi Coppa, incarnando, al di là della distinzione biologica tra maschile e femminile, il principio universale del Femminino.

Questa intuizione attraversa anche l'alchimia, gli antichi alchimisti attribuivano un'importanza fondamentale al Vas Hermeticum, il vaso nel quale avveniva la trasmutazione della materia, senza il vaso, la trasformazione era impossibile.

Ma il vaso non rappresentava soltanto il laboratorio dell'alchimista, era anche il simbolo dell'anima umana, la materia veniva purificata all'interno del recipiente così come l'uomo, attraverso il proprio cammino interiore, è chiamato a trasformare il piombo della propria natura nella luce dell'oro filosofico.

Secondo questa ipotesi, non è difficile cogliere il filo che unisce la Divinità a Coppa di Mozia, il vaso di Maria Maddalena, il Graal e il vaso alchemico: tutti esprimono la stessa idea di trasformazione, custodita all'interno di uno spazio sacro.




"Esistono simboli che sembrano attraversare i millenni senza perdere la loro forza. Cambiano le civiltà, cambiano le religioni, ma alcune immagini continuano a riaffiorare, quasi custodissero una memoria più antica della storia stessa."

(Anonimo Ermetico)



"Figure segrete dei Rosacroce dei secoli XVI e XVII"
Rosa Alba - "Figure segrete dei Rosacroce dei secoli XVI e XVII"


Sarebbe metodologicamente scorretto affermare che il culto riservato a Maria Maddalena derivi da Astarte o da Tanit, così come sarebbe errato sostenere che il Graal abbia origine nella religione fenicio-punica, la ricerca storica non lo dimostra. I simboli, però, seguono percorsi diversi da quelli della storia, attraversano le culture, cambiano linguaggio, si trasformano, ma continuano a parlare dell'uomo e del suo rapporto con il sacro. Forse è proprio questo il messaggio custodito dalla misteriosa Divinità a Coppa di Mozia, non il ricordo di una dea dimenticata, ma la rappresentazione di un principio universale, la memoria di un simbolo che attraversa i millenni. Da Astarte a Tanit, dal vaso di Maria Maddalena fino al Graal medievale, il Mediterraneo sembra conservare la memoria di un'unica immagine: la Coppa. Non un semplice contenitore, ma il simbolo di ciò che accoglie, custodisce e trasforma. Perché il divino, prima ancora di manifestarsi come potenza, si manifesta come presenza, e forse il significato più profondo del Femminino Sacro risiede proprio qui, nella capacità di diventare il luogo in cui il mistero può essere accolto e la trasformazione può compiersi. Perché alcuni simboli non appartengono a una sola religione o a una sola civiltà, ma alla memoria archetipica più profonda dell'umanità.




Maria Prophetissa dice che tutto il segreto sta nella conoscenza del vaso ermetico. "Unum est vas"

(Psicologia e Alchimia - C.G.Jung)














NOTA: Questo breve articolo non vuole essere considerato come esaustivo, l’interpretazione dei simboli e del significato esoterico è del tutto personale.



DI: Placido Schillaci

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